Sant’Antonio di Padova, Filippo Parodi

Se nell’architettura del Santuario traspaiono elementi prediletti nell’ambito di un particolare «neo manierismo», nelle sculture si palesano elementi culturali e formali volta per volta meditati dal Parodi nel corso del suo apprendistato e poi del suo autonomo sviluppo d’artista. Sono presenti, ora in maniera esplicita, ora celata da un più equilibrato senso compositivo, intenti dinamici ritmati a spirale, che animano di movimento impianti e figure, calibrati sempre dall’uso sapiente della luce, impiegata ora a increspare e, dunque a chiaroscurare, ora a rendere serica e diafana la materia. Questo sicuro mestiere il Parodi lo impiega in fun-zione dei vari soggetti o dei loro particolari, sia in senso naturalistico quando la raffigurazione attiene a un ritratto o a una presenza terrena, immediata e con-creta, sia in modo più concettuale quando lo esige l’enfasi retorica del trascen-dente o del simbolico così tipica della più aggiornata cultura barocca a cui egli appartiene per formazione e personale intendimento.

Giulio Bresciani Alvarez, 1990

Provenienza: Collezione privata francese; Firenze, collezione Giovanni Pratesi.

Bibliografia specifica: M. Clemente, Sant’Antonio di Padova, in «Con leggiadria lavorati, e con otti-mo gusto condotti». Filippo Parodi: tre opere venete, Firenze 2017, pp. 51-68, Id., “Con genio divoto verso il Santo glorioso”. Filippo Parodi e la Cappella delle Reliquie (1689-1697), in La Pontificia Basilica di Sant’Antonio in Padova. Archeologia Storia Arte Musica, a cura di L. Bertazzo e G. Zam-pieri, tomo II, Roma 2021, pp. 1387-1389.

Il busto del genovese Filippo Parodi raffigurante Sant’Antonio di Padova che qui viene presentato, giunto fino a noi in ottimo stato di conservazione, misura 35 cm di altezza e poggia sopra un peduccio modanato che parrebbe quasi essere stato realizzato ab origine per accompagnarlo.

Il giovane Santo ha gli occhi spalancati rivolti verso l’alto, in direzione del cielo. Le pupille sono ben segnate, incise, e rendono il suo sguardo ancor più magnetico, allucinato, estasiato. La bocca, gra-ziosamente disegnata, è semiaperta: sotto il labbro superiore si scorge, breve, la linea dei denti. Questi sono segnati uno a uno. La testa è leggermente reclinata a sinistra. Il suo viso è terso, fresco, levigato; dal naso regolare si sviluppano, nette, le arcate sopracciliari. Ha una bella fronte liscia, il nostro Sant’Antonio: la luce scorre via tranquilla, nulla la frena, nulla la blocca. Nemmeno l’abito francescano che indossa – qui lo scorgiamo solo in parte: il cappuccio, abbondante, ci è offerto per intero, mentre il resto della tunica, invece, è solo accennata – si può dire ruvido, grezzo. A un primo sguardo, quindi, parrebbe che l’artista abbia creato una concordanza di superfici polite, lisce. Al contrario, come’è tipico dell’arte di Parodi, l’estrema levigatezza tanto del saio quanto del volto è da lui accordata per contrasto alla viva tonsura che caratterizza il Santo. La corona che la circonda, infatti, è formata da intricati ciuffi di capelli crespi, definiti a colpi di scalpello e dal lavoro sapiente del trapano, qua e là visibile. Irrequie-te, queste ciocche divampano come fiamme nell’aria, nutrite, si direbbe, dal soffio santificante dello Spirito divino e da un’ardente fede interiore.

Il suo riconoscimento come raffigurazione di Sant’Antonio di Padova sorge immediato: il busto, infatti, è palesemente ‘ritagliato’, facendone così un oggetto destinato alla devozione privata, dalla grande statua ritraente il frate francescano (figg. 1-3) scolpita dal maestro genovese per una delle più rilevanti cappelle della Basilica antenorea a lui intitolata.

«Dovendosi dar principio alla fabrica conspicua del Santuario per riponervi la Lingua Santissi-ma di questo glorioso S[ant’] Antonio et le altre insigni reliquie alla pia devotione de’ fedeli, fu eletto per tal effetto il sig. Filippo Parodi celebre scultore de nostri tempi e architetto famoso le di cui insigni opere lo rendono abastanza commendato et atto a sì grande impiego» . Con queste parole, stese l’8 marzo 1689, i Presidenti dell’Arca della basilica padovana di Sant’Antonio davano ufficialmente inca-rico a Filippo Parodi di occuparsi della costruzione, e conseguente decorazione plastica, di una nuova e tanto desiderata cappella: quella ancor’oggi conosciuta come Cappella delle Reliquie o del Tesoro . Certamente uno dei luoghi pii più celebri alla nutrita comunità dei devoti al santo francescano, ma an-che uno dei complessi architettonici e scultorei più singolari che il Seicento italiano, quindi europeo, abbia prodotto.
Varcando l’atrio d’ingresso – sistemato a partire dalla fine del XVII secolo da Giovanni Bonaz-za, uno degli scultori massimi della plastica veneziana di quei tempi – si rimane sorpresi dallo spetta-colo offerto (fig. 4). Dinanzi a noi, infatti, si apre un grandioso ambiente circolare, incrostato di marmi pregiati e coperto da una grande cupola dorata (impostata sopra un tamburo finestrato) su cui volteg-giano, sbucando da candide nuvole, una moltitudine di gioiosi cherubini modellati nello stucco. Al centro della volta, da cui irradia la luce del Paradiso, un terzetto di paffuti angeli porta con sé qualche giglio: uno dei simboli di della Vergine Maria e anche attributo canonico del santo di origini portoghe-si. Ed è infatti a lui, ad Antonio, che quei fiori divini sembrano essere riservati.
Abbassando ora lo sguardo, e incamminandoci entro questo spazio avvolgente, di fronte a noi incontriamo, in una zona compresa tra la terra e il cielo, proprio la figura del giovane frate mentre è condotto in gloria verso quel luogo divino da uno stuolo di bellissimi angeli (fig. 5). Accompagnati da una soffice e lievitante nube (mezzo mistico per eccellenza su cui librarsi), essi, da un lato, lo reggono stabilizzandolo, dall’altro, invece, ne guidano l’ascesa. Da sotto il pesante saio che lo veste, vediamo sbucare un altro mazzo di gigli: Antonio, spalancate le braccia, e ormai rapito ed estasiato dall’abbagliante visione dell’Eterna Beatitudine che lo attende, gli ha momentaneamente abbandonati. Il giovane è gioiosamente «assorto, tutto compreso nell’ebrezza di un gaudio celeste»: «non più frate Antonio, ma il beato Antonio [quando] la fase del visibile e dell’effimero è trascorsa sfociando nel de-finitivo nunc luminoso dell’eternità» .

Scolpito nel marmo, questo gruppo, come già abbiamo anticipato, è opera di Filippo Parodi, e fu sicuramente uno dei primi soggetti da lui licenziati dall’inizio dei lavori per la costruzione e decorazio-ne del Santuario delle Reliquie. Benché il cantiere prese avvio solo nel 1691 – ovvero dopo che la Ve-neranda Arca decise di destinare all’impresa la cappella delle Stimmate di San Francesco invece che l’area del Capitolo –, già il 5 dicembre 1690 lo scultore genovese risultava incassare la somma di lire 3400 «per finimento della statua di Sant’Antonio» . Ultimata nell’aprile dell’anno successivo, essa venne nel mese seguente tradotta dalla residenza padovana di Parodi all’interno della basilica.
Da quella data, e fino al 1694, l’artista genovese ricevette via via svariati pagamenti per la realiz-zazione delle statue destinate ad arricchire quell’immenso «Theatrum Sacrum».
L’edificazione e decorazione plastica della Cappella delle Reliquie fu l’ultima impresa chiesastica di un certo rilievo a cui Filippo si dedicò nella Dominante. Egli esordì nella capitale marciana con l’erezione del Monumento funebre al patriarca Giovan Francesco Morosini (Venezia, San Nicola da Tolentino, detta dei Tolentini), approntato tra il 1683 e il 1685 ca., per poi realizzare a Padova il Com-pianto sul Corpo di Cristo per l’altare della Pietà nella basilica benedettina di Santa Giustina (fig. 6); il Monumento a Orazio Secco (fig. 7) e il Basamento marmoreo del ceroforale (fig. 8) per la stessa ba-silica di Sant’Antonio; e, infine, a Venezia, a San Giorgio Maggiore, il San Pietro e il San Paolo (figg. 9-10), statue scolpite e messe in opera entro il 1687.
Tra queste imprese, però, fu certamente quella per il Santuario delle Reliquie che dovette aumen-tarne la fama e renderlo a tutti gli effetti uno scultore celeberrimo.
Su questo versante, rilevatrice è una delibera del 2 giugno del 1694, votata a poche settimane dalla partenza di Filippo per Genova. In quella data l’Arca si riunì per discutere delle sculture del ligure depositate temporaneamente in una delle cappelle della Basilica, giungendo infine alla conclusione che «le statue scolpite dal sig. Filippo Parodio genovese non si debbino mostrare ad alcuno se prima non precedi licenza della Veneranda Congregatione con parte presa con tutti li voti e quando fossero mo-strate in essecutione di essa parte debbino li sogg. Presidenti destinati al santuario assistervi e di novo farle serrare e ricoprire come prima». Tale doveva dunque essere la curiosità suscitata dalle sue opere, e tale altresì l’impazienza dei fedeli di vedere queste magnifiche sculture, che per evitare un via vai in-gestibile di visitatori i membri del sodalizio antoniano decisero non solo di metterle sottochiave, ma addirittura di coprirle con dei teli.
A conferma di questa immediata fortuna sono proprio i lavori che gli vennero richiesti dalla committenza privata tratti per l’appunto da alcune delle statue da lui realizzate per la Cappella delle Re-liquie, opere che cronologicamente si devono situare all’incirca tra il 1691 e il 1694.
Se da una parte l’interesse di qualcuno cadde sul magnetico Angioletto con il teschio ai piedi del San Francesco – all’Ermitage di San Pietroburgo si conserva lo studio preparatorio in terracotta (fig. 11), mentre il marmo finale è invece visibile nelle raccolte del Museo Civico di Asolo (fig. 12) –, dall’altra l’inclinazione dei fedeli-collezionisti si concentrò su Sant’Antonio.
Ed ecco che il riemergere del nostro busto, come quello, di dimensioni più ragguardevoli con-servato all’Ermitage (fig. 13), non solo lo conferma, ma va anzi a documentare visivamente quanto an-notato in una delle molte guide Settecentesche della città patavina. E’ stato merito di Monica De Vin-centi l’aver segnalato per la prima volta quanto annotato da Giambattista Rossetti nella terza edizione accresciuta della sua Descrizione delle pitture, sculture ed architetture di Padova, data alle stampe nel 1780. Aprendo il volume a pagina 333, si legge infatti che nella dimora del conte Obizzo Camposam-piero, in località San Leonardo, «evvi una testa di marmo da Carrara, che rappresenta S. Antonio, di Filippo Parodio: e la testa di S. Francesco d’Assisi di Antonio Bonazza: in entrambi si leggono i loro nomi» .
Se da un lato questa notizia supporta la bontà del riconoscimento della scultura a Parodi, dall’altro non concede di riconoscere nel Sant’Antonio qui presentato la scultura conservata in casa Obizzo. Quella, infatti, dovrebbe mostrare la firma dello scultore («si leggono i loro nomi»), come parrebbe dimostrare anche il busto raffigurante San Francesco d’Assi (fig. 14) firmato da Antonio Bonazza che Simone Guerriero a giustamente collegato a questa fonte.

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G. Bresciani Alvarez, Architettura a Padova, a cura di G. Lorenzoni, G. Mazzi, G. Vivianetti, Padova 1999, p. 64.
Il documento è pubblicato in A. Sartori, Il Santuario delle Reliquie della Basilica del Santo a Padova (primo), “Il Santo”, 2, 1962, p. 144, doc. VIII, contributo fondamentale per la messe di carte d’archivio rese note riguardo all’edificazione e decorazione della nuova cappella.
Su tale impresa mi permetto di rinviare al recente contributo M. Clemente, “Con genio divoto verso il Santo glorioso”. Filippo Parodi e la Cappella delle Reliquie (1689-1697), in La pontificia ba-silica di Sant’Antonio in Padova. Archeologia Storia Arte Musica, a cura di L. Bertazzo e G. Zampieri, tomo II, pp. 1353-1395.
Entrambe le citazioni (la prima dal Gonzati e la seconda dal Gamboso) sono tratte da G. Bre-sciani Alvarez, Architettura a …, cit., p. 60.
Ivi, p. 57.
M. De Vincenti, in Dal Medioevo a Canova. Sculture dei Musei Civici di Padova dal Trecento all’Ottocento, catalogo della mostra (Padova, Musei Civici agli Eremitani, 20 febbraio-16 luglio 2000), a cura di D. Banzato, F. Pellegrini, M. De Vincenti, Venezia 2000, p. 146.
G. B. Rossetti, Descrizione delle pitture, sculture, ed architetture di Padova: con alcune osser-vazioni intorno ad esse, ed altre curiose notizie, 2 voll., Padova 1780, p. 333.
Vedi S. Guerriero, Per un repertorio della scultura veneta del Sei e Settecento I, “Saggi e Me-morie di Storia dell’Arte”, 33, 2009, pp. 209, 219.