La caccia del Cardinale Giovan Carlo De’ Medici a Cafaggiolo – Giovan Battista Vanni

Un nutrito corteo di personaggi a cavallo, uomini a piedi e cani di ogni razza sta raggiungendo, con aria chiassosa e festante, l’imponente Villa di Cafaggiolo, proprietà della famiglia Medici dalla metà del Quattrocento, quando fu fatta costruire dall’architetto Michelozzo su incarico di Cosimo il Vecchio. Fu una residenza particolarmente amata dal figlio Lorenzo il Magnifico che in estate vi ospitava la propria corte di filosofi umanisti: da Pico della Mirandola, a Marsilio Ficino, ad Angelo Poliziano. Nel 1537 la villa passò di proprietà del duca Cosimo I che la adoperò prevalentemente come casino di caccia. Fu costruito allora un grande “Barco” murato (una riserva dove gli animali potevano scorazzare in libertà) e furono create le scuderie che vediamo all’estrema sinistra della tela. I figli di Cosimo, Francesco I e Ferdinando I, valorizzarono ancora di più il ruolo della residenza come casino di caccia che continuò fino in epoca lorenese.
La scelta del soggetto intende esaltare il ruolo precipuo della villa pronta ad accogliere il rientro della schiera di gentiluomini capeggiati dal padrone di casa, il gaudente Giovan Carlo de’ Medici (1611-1663), i cui interessi spaziavano dalle scienze naturali, al teatro, alle donne, ai fiori, e appunto, alla caccia. Nella sua veste e cappello rosso di cardinale, eletto nel 1644, sembra indirizzarsi con la folta schiera di gentiluomini alle scuderie per lasciare i cavalli e trovare finalmente ristoro, dopo le gioiose fatiche, in villa.

Parallelamente all’aristocratica ‘teoria’ ne scorgiamo un’altra di estrazione più umile composta da cacciatori, servitori e cani guidati da due più lesti levrieri. In primo piano sulla sinistra, risaltano due gentiluomini con i rispettivi scudieri, mentre al centro, l’elegante sagoma del cavallo bianco a passeggio su cui si erge il Cardinale Corsi cattura l’attenzione dello spettatore. Monsignor Lorenzo Corsi (1601-1656), figlio di Jacopo e Laura Corsini, fu protonotario apostolico a Roma dal 1626 al 1630 e vice legato ad Avignone dal 1645 al 1653.
Il Corsi aveva intessuto forti legami con la famiglia medicea ed in particolare con Giovan Carlo e la commissione di questo dipinto ne vuole essere ricordo e testimonianza. Al pari del Medici, Lorenzo apprezzava la musica ed il teatro ed era anche un fervente collezionista di pittura fiorentina; la sua quadreria poteva vantare tele di Giovanni Martinelli, Mario Balassi, Francesco Furini ma anche di nuove voci del panorama mediceo – strettamente legato a Giovan Carlo – come Salvator Rosa.

L’inventario Corsi ha restituito i documenti di pagamento dell’opera che iniziano nel novembre del 1641 e continuano fino al marzo del 1643; l’opera risulta completata nel 1644 anche se nel 1646 pare ancora in possesso del Battistone in quanto non saldata. E’ verosimile ipotizzare che il saldo non fosse avvenuto per l’assenza del Corsi da Firenze già da un anno ad Avignone per esercitare la vice legatura. A testimonianza della lunga realizzazione del dipinto è la figura di Giovan Carlo che appare in vesti laiche e ha in mano la berretta cardinalizia, quasi fosse stata aggiunta in un secondo momento.
Lorenzo Corsi lasciò i suoi beni ai nipoti, figli del fratello Giovanni (1600-1661), infatti l’opera è menzionata nell’inventario di famiglia del 1747 (G. Guicciardini Corsi Salviati, 1937, pp. 18 e 67, fig. 28).

Donatella Pegazzano suggerisce di ascrivere La Caccia del Cardinale a Giovan Battista Stefanini, detto Battistone e Francesco Arrigucci: il primo realizzò le figure e l’Arrigucci dipinse il paesaggio. In ragione di stile è mia opinione che Giovan Battista Vanni, non registrato nei pagamenti dell’opera in quanto pittore di famiglia e quindi regolarmente stipendiato, abbia redatto l’impianto dell’opera e le figure in primo piano sulla sinistra.